Per una ipotesi antropologica del divenire e del “senso greco del divenire”

Composizione grafica con Europa e Bull God Zeus, ceramica greca di epoca arcaica,

Fin tanto che l’uomo è stato in movimento, nomade cacciatore raccoglitore (periodo Paleolitico, iniziato almeno 2 milioni di anni fa), il mondo doveva apparirgli pressoché stabile. Certo che, all’uomo di quei tempi, non poteva sfuggire che intorno a sé qualcosa mutava: nel paesaggio, nelle stagioni, nelle vegetazioni; ma il suo nomadismo incessante doveva confonderne l’evidenza, mitigarne l’importanza. Quand’invece l’uomo divenne stanziale, contadino o allevatore (periodo Neolitico, dopo l’ultima glaciazione, circa 8 mila anni fa), mise radici e più non si mosse. Ecco che, fermo sempre nello stesso luogo, fu il mondo intorno a lui che cominciò a mostrarglisi in movimento, a scorrere con ordine e senza posa, e con un’evidenza tangibile, perfino prevedibile, mai sospettata prima.

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Se a ciò si aggiunge la lenta degenerazione senile dovuta al nuovo regime alimentare, di stampo contadino, ricco di cereali e altri carboidrati (lesivi all’organismo e cagione delle malattie degenerative della vecchiaia), il quadro appare chiaro: la morte doveva ora mostrarglisi con un volto del tutto nuovo. La dipartita da questo mondo doveva risultare come l’ultimo stadio del progressivo indebolimento e annichilimento del corpo, e della mente. L’immagine della vecchiaia, senile e decadente, via via veniva ad eclissare l’immagine precedente, quella della sana e austera vecchiezza del “grande vecchio”. Per la civiltà precedente, quella dei cacciatori raccoglitori, l’evento della scomparsa del “grande vecchio” non doveva apparire come il momento conclusivo del progressivo decadimento fisico, piuttosto come il passaggio repentino da questa vita, minuta e limitata, alla smisurata fantasmagorica grandezza a cui era destinato il defunto: l’approdo alla memoria, il preludio della leggenda. 

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Morale della favola: il nichilismo, caratterizzato da quell’ampia estensione che gli conferisce Emanuele Severino, cioè il “Senso greco del divenire”, ha tutta l’aria di essere stato favorito dall’avvento della vita contadina. Un’esistenza stanziale, quella del contadino e dell’allevatore, condizione per la messa a fuoco della dimensione temporale del mondo (specie l’onnipresenza del movimento). Inoltre, lo stile di vita del contadino, è caratterizzato da un regime alimentare cagione di malattie degenerative, lento decadimento fisico, che vede l’agonia come lo stadio conclusivo dell’annichilimento del corpo, e – in quest’ottica – la morte, come l’annientamento totale. In breve: apparire del divenire, per la condizione stanziale della vita contadina; e subito apprezzo: apparire del “Senso greco del divenire”, per il nuovo stile alimentare.

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Sarà pure il portato del popolo greco, il “Senso greco del divenire”, ma un popolo, quello greco del 6°sec. a.C., stanziale, pescatore, allevatore e agricoltore.

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Marco Rossi della Mirandola (03/05/22).

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