Giovanni Gentile

Composizione grafica con immagine di Giovanni Gentile.

Che cos’è l’autocrazia? E il dispotismo?

Un conto è il valore della libertà, la fragranza del sapersi arrangiare. Quell’ebbra gioia che scaturisce dalla sensazione che sto conducendo io, personalmente, liberamente e con le mie forze il Vascello della mia esistenza. […]. Altra cosa è illudersi d’essere il centro della realtà. Credere di essere l’ar­tefice della propria volontà, folleggiare di stringere in pugno le redini del Destino.

La punta più alta, fra le concezioni filosofiche autocratiche, la vedo nel pensiero di Gentile,67 grande filosofo, del Fascio. L’autocrate più draconiano e puro di cui si abbia no­tizia è forse Adolf Hitler.

Gentile è autocratico perché ritiene che l’io sia l’artefice di tutto ciò di cui ha concetto. Ne segue che il principio della realtà è l’io. La realtà, specie quella sociale e politica, è plasmata dalla volontà e dalle decisioni del potente, dunque da un “io”.

Il “soggetto creatore” di Gentile, anche definito autoctisi o autocoscienza o auto-concetto è concepito come in divenire. Di più, egli stesso è il creatore del divenire. Il soggetto cre­atore crea i suoi contenuti, gli oggetti di pensiero – le cose che pensiamo – anche quelli che ci si mostrano con l’aspetto delle cose sensibili del mondo. Egli li crea, questi oggetti di pensiero: queste immagini, questi significati, li pone, li produce.

Su questo punto, amici, conviene indugiare un poco, fer­mare su di esso la nostra attenzione. Qui un nodo giunge al pettine, almeno un nodo, e s’impone una domanda, quella che scioglie ogni nodo, la domanda fatidica. Abbiamo det­to: il “soggetto creatore” di Gentile produce i suoi medesimi oggetti di pensiero; ebbene: come li otterrà, questi oggetti di pensiero? Da dove li prenderà? Forse li estrarrà dal fami­gerato cilindro vuoto?

[…], tutte le cose che avverto, che colgo intor­no a me e dentro di me, tutte le cose che destano la mia attenzione, comprese la mia volontà e le mie decisioni, non dipendono da me, esse mi giungono dal Destino. Questa mia volontà e queste mie decisioni mi si manifestano, emer­gono alla luce del mio sguardo, simili a conchiglie affioranti dai fondali marini. Luccicanti conche madreperlacee emer­genti dagli abissi, deposte sulle arene liliali, agli estremi lidi dell’immaginazione.

Posso forse arrogarmi il merito d’essere incappato in una bellissima conchiglia passeggiando spensierato lungo il lito­rale? Ho forse il potere di decretare, sull’orizzonte del mio sguardo, il moto d’ignoti corpi celesti? Forse l’alba d’una di­vinità futura? O il tramonto di una logora ipotesi scientifica?

Quella stessa volontà – della quale mi rendo conto e che sento come la “mia volontà” – è un’eterea conchiglia dono degli abissi. Questa mia volontà sorge all’orizzonte della mia mente; uno scintillante astro notturno affiorante dal miste­ro, coagulo del futuro… Mi giunge direttamente dai fondali dell’ignoto, dalle insondabili profondità del fiume Oceano.68 Oceano, cerchio leggendario che cinge tutto quanto il mon­do, le estreme regioni del mio conosciuto, la magica riva del­la mia consapevolezza. Ecco, l’io, […], è come il litorale dell’immenso Oceano, l’estremamente lontano, il remotissimo orlo del mondo, che a suo modo impersona.

L’io di Gentile, invece, quell’io che si crede artefice di sé stesso e del mondo – il soggetto creatore – non presenta l’am­piezza di questa interrogazione. Egli non coglie quest’aper­tura al mistero, quest’umile, speranzoso scrutinio dei segni della ruota del cielo. È invece traviato dall’elettrizzante vam­pa della sua volontà, che l’abbaglia, come la passione nell’a­dolescente. Non ha colto la calma luce dell’essere, non si è accorto del cielo sempre sereno, ed è travolto dalla tempesta, posseduto dall’illusione d’essere il creatore di sé stesso, e il padrone del mondo.

Come fosse colpito dall’incantesimo di una magia. Il cer­chio magico delle Mura di Codice [fantasiosa città delle convenzioni, specie quelle linguistiche], la magia del pensiero. La magia del pensiero autocrate, che s’arroga il potere creativo di estrarre le cose, e sé stesso, dal nulla…

Per usare un termine caro ai filosofi si tratta della cultura del nichilismo.69 Dal momento che stima la nullità di tutte le cose, il nichilismo legittima il sordo dominio su di esse, cre­de di poterle produrre e di poterle distruggere nel più totale arbitrio. “Che sarà mai, dice il sofista nichilista, alla fin fine si tratta di un nonnulla…”»

Note:

67) Giovanni Gentile, filosofo idealista italiano del XX sec.

68) Primordiale divinità fluviale, definita da Omero come “l’origine de­gli dèi” e “l’origine di tutto”; mitico Fiume circolare, “delimitazione e separazione dell’Aldilà”, vedi KERENYI 1989, p. 29.

69) Concezione risalente all’antico filosofo Gorgia (V sec. a.C.) per il quale “nulla esiste”.

Marco Rossi della Mirandola (2022).

Brano tratto da Il Padano, Editore Gruppo Albatros Il Filo; Roma, 2022; pag. 150

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